Fibromialgia: l’intervento dello Psicologo

Il prezioso apporto dello psicologo nel definire le possibilità di trattamento del paziente fibromialgico, nel supportarne la terapia e nel prevenire la cronicizzazione di alcuni effetti, il tutto in funzione di un miglioramento della qualità di vita del malato

Lettino psicologo

La fibromialgia (o sindrome fibromialgica) è una malattia cronica complessa e rappresenta ancora oggi una delle diagnosi più controverse in Medicina; è una patologia reumatica caratterizzata da dolore muscolare cronico diffuso associato a rigidità e ad altri disturbi (disturbi dell’umore, astenia e affaticabilità, disturbi neurocognitivi, disturbi del sonno).

Proprio questa complessità rende assolutamente necessaria una presa in carico interdisciplinare, da parte di équipe composte da differenti figure professionali che collaborino in modo da affrontare tutti gli aspetti legati alla patologia. Ogni professionista, pertanto, con le modalità di approccio e le tecniche dettate dalle proprie strumentazioni concettuali e procedurali, concorre alla definizione dell’inquadramento dello stesso “oggetto” di studio nella sua complessità e totalità (secondo un paradigma bio-psico-sociale); in quest’ottica, la diagnosi si presenta come una sintesi “ragionata” delle conoscenze dei diversi “tecnici” e si costruisce come l’ipotesi atta a guidare la pianificazione del più adeguato trattamento terapeutico.

Nel caso della Fibromialgia, l’intervento dello Psicologo in équipe – con finalità sia psicodiagnostiche che terapeutiche – assume un ruolo rilevante. Innanzitutto, con l’assessment psicodiagnostico, lo Psicologo può raccogliere – e fornire anche agli altri Specialisti – elementi che assumono un certo valore predittivo rispetto alle possibilità di trattamento e all’aderenza del paziente alle terapie; ciò anche attraverso una attribuzione di significato condivisa tra il paziente e il clinico (storia diagnostica in parte già costruita dal paziente e in parte da costruire assieme). Inoltre, dal punto di vista processuale, il momento diagnostico e quello terapeutico sono strettamente connessi e devono essere considerati come sequenze di azioni coordinate intorno ad un progetto di cambiamento (Fea, 2001).

Rispetto al trattamento psicoterapeutico o psicologico, la ricerca ha evidenziato l’efficacia della Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) nel contribuire a migliorare molti aspetti connessi a questa patologia, come – ad esempio – il dolore cronico. Attraverso l’acquisizione di nuove modalità cognitive e comportamentali, il paziente “impara” a gestire meglio il suo dolore e a modulare emozioni, convinzioni e giudizi negativi legati ad esso, apprende l’uso di tecniche di rilassamento che gli consentono di ottenere una diminuzione nella percezione soggettiva del dolore (e quindi un minor ricorso all’uso di farmaci analgesici) e di strategie di coping più funzionali e adattive. Inoltre, la TCC, tanto più se integrata in una cornice teorica di più ampio respiro, è fondamentale nel trattamento dei disturbi dell’umore spesso presenti nei pazienti fibromialgici. Ansia e depressione sono risposte “naturali” di fronte alla diagnosi di una malattia, tanto più di una malattia cronica come la Fibromialgia, e fornire al paziente uno spazio di espressione e contenimento dei vissuti depressivi e dell’ansia è essenziale per evitare il rischio che, oltre alla patologia organica, si cronicizzino anche l’emozione (negativa) ad essa correlata e le dinamiche relazionali a queste connesse. Inoltre, l’esperienza della diagnosi è spesso vissuta dai pazienti con sollievo, come una specie di “liberazione” dai dubbi – propri e altrui – di essere “malati immaginari”; ciononostante, è un evento spesse volte traumatico, che può indurre sentimenti di vulnerabilità, angoscia e timore riguardo al futuro, e che richiede l’attenzione clinica dello Psicologo. A questo proposito, può risultare utile il ricorso all’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), un approccio complesso ma ben strutturato che può essere integrato nei programmi terapeutici aumentandone l’efficacia e che considera tutti gli aspetti di una esperienza stressante o traumatica, sia quelli cognitivi ed emotivi che quelli comportamentali e neurofisiologici.

In conclusione, nel trattamento della Sindrome Fibromialgica non possono essere trascurati gli aspetti psichici dell’“esperienza di malattia” (sia in chiave diagnostica che prognostica), al fine di migliorare la Qualità di Vita del paziente, dimensione soggettivamente sempre assai pregnante.

Lilla Tummarello
Psicologa e Psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia Breve Integrata

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Il Caleidoscopio numero 5 - giugno 2015