Prima il dovere e poi il piacere?

L’importanza del riconoscimento delle componenti cognitive legate alla Fibromialgia e le difficoltà emotive relative alle “doverizzazioni”

labirinto

La terapia cognitivo comportamentale (TCC) è uno degli interventi terapeutici più efficaci nel trattamento della sofferenza emotiva che spesso si accompagna alla FM. Un’importante componente di questa terapia è quella cognitiva, concepita per aiutare il paziente a confrontarsi coi suoi pensieri e correggerli nel caso risultassero disfunzionali, cioè capaci di indurre sofferenza. Molti di questi pensieri disfunzionali sono del tutto irrazionali e riconducibili alla cosiddetta “doverizzazione”, che è un imperativo su come noi o gli altri dovremmo comportarci, associato a previsioni catastro che se tali aspettative non dovessero essere soddisfatte.
Sono individuabili tre doverizzazioni di base, a cui spesso rimandano i pensieri irrazionali:
• Doverizzazioni su se stessi: devo agire bene, essere approvato da tutti, altrimenti sono un incapace e non lo potrò tollerare
• Doverizzazioni sugli altri: gli altri devono trattarmi bene ed agire come io mi aspetto, altrimenti non sono corretti e meritano di essere puniti
• Doverizzazioni sulla vita: le cose devono andare come voglio io, altrimenti la vita sarà terribile
Quando ragioniamo in termini di doverizzazione il pensiero tende a contenere la parola “devo”:
– Devo svolgere il mio lavoro perfettamente
– Devo essere il migliore in quello che faccio
– Devo pensare agli altri prima di me
– Devo essere amato da tutti
– Gli altri devono fare quello che dico io
– Le cose devono andare sempre come dico io.
Non è comunque facile capire quando il nostro pensiero sta seguendo il percorso scivoloso della doverizzazione. Questi pensieri sono sedimentati nel nostro cervello nel corso degli anni e vengono formulati in modo automatico. Inoltre, dal momento che la doverizzazione spesso assume la forma della pretesa, atteggiamento poco accettabile da noi stessi e dagli altri, ci creiamo sofisticati percorsi psicologici per sostenerla. Sono molto comuni posizioni come: “non è una mia pretesa, ma un mio diritto”; “non è una mia pretesa, ma la giusta ricompensa per tutto quello che io vi ho dato”.
La doverizzazione è quindi caratterizzata da una lontananza con la realtà dei fatti, sostituita con l’adesione a norme astratte che dettano come dovrebbe andare il mondo, ci si dovrebbe comportare o si dovrebbe essere.
Le persone con FM tendono ad essere particolarmente esposte alle trappole della doverizzazione. La ricerca sta dimostrando che la FM si associa a particolari assetti psicobiologici caratterizzati da elevata energia e iperattività, soprattutto nelle aree domestiche e lavorative. Tali aspetti temperamentali sono precedenti allo sviluppo della FM e si mantengono anche nel corso della malattia. Le donne con FM tendono a occuparsi con accuratezza della casa, ad accudire i figli e i parenti più fragili e ad essere precise e molto competenti nel lavoro. Questo ruolo centrale in molti contesti si accompagna ad una immagine di sé di efficienza ed accettabilità riconosciuta a livello familiare e sociale. La comparsa dei sintomi della FM, in particolare i dolori diffusi osteo-articolari e la stanchezza, interferisce pesantemente con il mantenimento di questa modalità efficiente di funzionamento. Le persone con assetto iperattivo possono “approfittare” dei periodi di sintomatologia meno intensa per recuperare tutto il lavoro arretrato, esponendosi a sforzi intensi e prolungati che spesso conducono ad una riacutizzazione sintomatologica nei giorni successivi, accompagnata da crescente senso di incapacità e frustrazione. Altre volte l’impossibilità di mantenere un’immagine di sé di costante capacità e funzionamento conduce alla completa perdita di una dimensione positiva della propria esistenza con sentimenti di depressione, inutilità e disperazione.
Questo avviene perché la persona pensa di “dovere” funzionare sempre e costantemente ad alto livello e che la vita “deve” permetterle di farlo. A volte si aggiunge il concetto che i familiari, proprio perché vicini e affezionati “devono” riconoscere la sofferenza imposta dalla malattia e lo sforzo che la persona mette in atto per mantenere i precedenti livelli di funzionamento.
Questi pensieri sono irrazionali perché non sono realistici (le persone non possono funzionare sempre perfettamente e secondo i nostri desideri, e le cose non avvengono perché noi le vogliamo) e sono assolutistici (non sono possibili alternative). La loro formulazione in termini di doveri e pretese espone la persona ad emozioni negative come l’ansia, la depressione, la colpa e la rabbia. Questo atteggiamento è molto frequente nelle donne, le più colpite dalla FM, favorito dalla spinta evoluzionistica e dal retaggio socio-culturale che vede nella disponibilità verso i bisogni altrui e nella capacità di assecondarli con assoluta dedizione uno degli elementi fondanti il ruolo sociale e l’identità personale della donna.
Come possiamo difenderci dalle trappole emotive della doverizzazione?
Una possibilità è adottare uno stile di pensiero più realistico e flessibile, in altre parole più razionale. Per esempio pensare “sono un essere umano e quindi posso sbagliare” è più realistico di pensare “devo assolutamente fare tutto perfetto, è intollerabile sbagliare” e non ci espone alle inevitabili frustrazioni prodotte dalla ricerca della perfezione assoluta.
Le doverizzazioni dovrebbero essere sostituite dalla sfera delle preferenze (invece di pensare “Devo fare tutto perfetto”, si può pensare “Vorrei fare tutto bene, ma se così non fosse non sarebbe così terribile”), introducendo così nel pensiero una flessibilità che la doverizzazione esclude e producendo conseguenze meno drammatiche nel caso che l’imperativo doveristico non si realizzi. Questa strategia è utile anche di fronte alla valutazione cognitiva del dolore stesso. Il pensiero “Non devo assolutamente più sentire dolore perché non posso accettare di vivere così” espone ad una aspettativa irrealistica e frustrante, mentre il desiderio “Mi piacerebbe non sentire dolore” lascia spazio ad un atteggiamento mentale più costruttivo e apre al soggetto strade alternative che la doverizzazione di per sé esclude.

Alessandra Alciati
Psichiatra e Consigliere AISF ONLUS

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Il Caleidoscopio numero 5 - giugno 2015