Il dolore non è solo un sintomo

Il dolore non è solo un sintomo, specialmente se cronicizza e persiste nel tempo. Da sempre il dolore viene considerato un meccanismo fisiologico che avverte l’organismo di qualcosa che non funziona o che deve indurre l’organismo a fermarsi e a curarsi; ma in molti casi di cronicizzazione del dolore cronico è ormai chiaro che… ci troviamo di fronte a una vera e propria patologia del sistema di percezione del dolore

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Il dolore diventa pertanto da sintomo a malattia. Il paziente affetto da sindrome fibromialgica ne è un chiaro ed emblematico esempio. L’aspetto che maggiormente contraddistingue il paziente fibromialgico, nel racconto della sua storia clinica, è la ricchezza e la varietà dei sintomi che riferisce. Questo significa che quando la percezione del dolore è alterata vengono coinvolti una serie di meccanismi regolatori che definiscono la nostra qualità della vita: tra questi il ritmo circadiano di secrezione degli ormoni, in particolare l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, l’asse del sistema nervoso autonomo, il ritmo del sonno, il ritmo del recupero energetico, il ritmo neuropsicologico (la nostra memoria e la nostra capacità di utilizzare il linguaggio, la capacità di gestire lo stress ecc).
Inoltre la persistenza del dolore determina modificazioni morfologiche del sistema nervoso centrale. In corso di fibromialgia diminuiscono la sostanza grigia e bianca di alcune aree cerebrali e questo può determinare un invecchiamento precoce del cervello che si manifesta con minori performances di memoria e di energia mentale.
Alcuni studi hanno dimostrato che la riduzione o la scomparsa del dolore, ad es. nei soggetti sottoposti ad artroprotesi di anca o ginocchia, può rendere il cervello in grado di recuperare morfologicamente e migliorare le proprie capcità neuro cognitive dimostrandoci ancora una volta che il cervello è dotato di neuro plasticità e che il dolore è uno dei sintomi che maggiormente controlla l’omeostasi del sistema nervoso centrale.
Nel paziente fibromialgico è più frequente la comparsa di una sindrome metabolica o di lesioni vascolari di natura aterosclerotica; il dolore cronico pertanto può stimolare un network citochinico in grado di incrementare il rischio aterogenico soprattutto a livello cerebrale.
Ecco perché, a differenza di altre patologie nelle quali il dolore è realmente l’espressione clinica di un processo infiammatorio o meccanico periferico nel qual caso l’effetto farmacologico antalgico sortisce la riduzione e il controllo del sintomo dolore in attesa della riduzione o della scomparsa del processo che ha determinato il dolore, nel caso del dolore cronico si osserva una modificazione definita sensibilizzazione centrale resistente ai normali farmaci antinfiammatori e parzialmente sensibile ai farmaci a carattere neurotrasmettitoriale quali antidepressivi e anticonvulsivanti.
Il processo di sensibilizzazione centrale richiede tempo, spesso il dolore cronico si amplifica lentamente e i sintomi di accompagnamento si susseguono e si sovrappongono dando al paziente l’impressione di essere affetto da molte patologie diverse tra loro.
Ecco perché è importante una diagnosi e un trattamento precoce: dobbiamo cercare di impedire la cronicizzazione del dolore, dobbiamo sostenere il tono dell’umore del paziente e dobbiamo correggere meccanismi di ansia, di maladattamento o di ipervigilanza verso il dolore che condizionano la malattia ad una durata perenne.
Questo ci fa comprendere come una corretta diagnosi e una attenta educazione del paziente possono costituire la terapia più significativa di questa sindrome così resistente ai normali approcci terapeutici farmacologici e non.

Piercarlo Sarzi-Puttini
Direttore Responsabile

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Il Caleidoscopio numero 5 - giugno 2015