STORYTELLING E DOLORE CRONICO
Miti e metafore per rimettere in moto la vita

di Valentina Zocca, Storyteller e formatrice


Ricordo la mia prima lezione all’università, corso di Antropologia Culturale: “Ciò che non può essere raccontato pietrifica la vita stessa”. Non ricordo chi stesse citando il professore, né in quale contesto, ma questa frase mi è rimasta impressa nella mente e, diversi anni dopo, quando ho scoperto lo storytelling e ho deciso di farne una professione, è diventata il centro del mio lavoro.
Lavoro con le storie e con le metafore come performer e formatrice perché, come scrive lo psicologo statunitense Jerome Bruner: “senza la capacità di scrivere storie su noi stessi, non esisterebbe una cosa come l’identità”.

Narrare è un modo per risignificare l’esperienza e comunicarla; per mettere in ordine i fatti della vita; dare priorità agli eventi; dare forma alla realtà in modo da renderla abitabile. Lo sapevano gli antichi, tanto che non c’è società priva di mitologia e di un patrimonio orale atto a spiegare i fenomeni naturali, rispondere ai grandi interrogativi dell’uomo e trasmettere i valori e i codici fondanti della comunità. Lo ha ripetuto il filosofo e psicanalista svizzero Carl Jung (e nel suo solco Marie Luise Von Franz, Joseph Campbell et al.) parlando di inconscio collettivo e di archetipi, indicando come i simboli e le strutture narrative sono così simili che paiono precedere le culture più che attraversarle, come se esistessero prima di noi e ci permettessero di leggere un livello profondo della realtà umana. Lo hanno riscoperto poco più tardi anche gli psicologi costruttivisti, mettendo però l’accento sulla capacità creativa e organizzativa del pensiero umano nel dare forma all’identità attraverso le narrazioni personali e d’immaginazione, in un costante atto di ricordare che è codifica e allo stesso tempo invenzione del vissuto.

Ho verificato nella mia esperienza di narratrice (e non di terapeuta) che a volte, quando la vita è troppo fragile o oscura per essere decifrabile e le nostre storie personali non trovano le parole, sono le storie d’immaginazione – i miti, le fiabe, le leggende per capirci – che ci vengono in aiuto e “ci permettono di esprimere quello che è difficile da dire”, per usare le parole che mi disse un giorno un ragazzino di dodici anni. Racconto storie per rimettere in moto la vita, insomma, laddove la vita rischia di pietrificarsi.
Per dieci anni ho costruito una “cassetta degli attrezzi” di storie che avessero la portata metaforica per dare senso ai grandi temi dell’uomo e della vita: la paura, la perdita, l’amore, il conflitto, il maschile e il femminile, persino la morte..
Poi tre anni fa mi sono ammalata di una neuropatia cronica e mi sono accorta di non avere storie nella mia cassetta degli attrezzi per raccontare la mia stessa storia. Questo dolore ingombrante era invisibile e non trovavo parole e immagini per dargli voce. Alla paura di perdere la mia vita com’era stata fino a quel momento, si aggiungeva la paura di non riuscire più a ritrovare i passi della mia storia. Ero una narratrice senza storie, Pollicino senza mappe né molliche di pane. Mi sono messa a cercare, perché le storie sono il modo in cui penso, con cui do senso al mondo… ce ne doveva essere una giusta anche per questa occasione!
È stata una ricerca difficile perché il dolore cronico sembra resistere alle comuni leggi narrative: è antieroico, anticlimatico, privo del piacere della catarsi che ha il successo di un’impresa dopo la lunga tensione dello sforzo. Ma qui e là, ecco le mie molliche di pane, che condivido in questo articolo.

A livello accademico, sono due i riferimenti principali per quanto riguarda la connessione tra narrazione e malattia. Sull’importanza della narrazione nell’ambito della relazione medica parla estensivamente la dottoressa Rita Charon, fondatrice di quell’approccio straordinario denominato “medicina narrativa”. Il sociologo Arthur W. Frank nel saggio “Il narratore ferito” approfondisce le sfide che il dolore cronico e le malattie in remissione rappresentano per le narrazioni del sé, ma anche l’importanza di farsi testimoni per “rimanere corpi comunicativi”, in relazione agli altri con una visibilità e agentività sociale e politica.
In questo articolo provo a mettere in connessione le tre trame possibili del racconto di malattia delineate da Frank con alcune storie del patrimonio mitico e fiabesco, nella convinzione che a volte si abbia bisogno della distanza della metafora, prima di tornare a raccontare di noi.

La prima trama, secondo Frank, è quella della restituzione. Sto bene, mi ammalo, voglio tornare a stare bene. È quella più immediata, quella in cui cerchiamo di trovare una diagnosi, una medicina, una soluzione. La malattia e il dolore sono i nemici, ma non abbiamo le armi e le conoscenze per combatterle in prima persona, quindi cerchiamo chi possa farlo per noi. Nelle fiabe, queste sono le storie in cui il re si ammala e manda uno dei figli o dei consiglieri in lungo e in largo per il regno a cercare un guaritore che abbia un unguento, un rimedio, un elisir di lunga vita.
Nella realtà cerchiamo tra i medici, le informazioni online, i consigli degli amici. Ci affidiamo a specialisti, guru, a Dio. È un bisogno antico nella fragilità. Nella mitologia finnica, per esempio, si pregava Kivutar, una potente divinità femminile, una fanciulla vecchia seduta su un grande masso alla convergenza di tre fiumi, che tramutava i dolori in pietre e le faceva bollire o le gettava in acqua per neutralizzare il male.
Mentre la stiamo vivendo, la trama di restituzione non si racconta, si vive solo: se ne parlerà quando il dolore sarà passato, quando sarà sconfitto. Nel frattempo, cediamo temporaneamente il ruolo di protagonisti della nostra vita pur di tornare ad essere quello che eravamo. A storia finita, potremo decretare se l’eroe sia stato il medico, l’amico o parente che mi ha portato l’elisir, oppure io con la mia forza di volontà (la mia resistenza, intuizione ecc.).
In questa fase possiamo ancora usare le storie di identità che avevamo prima, per orientarci nella realtà. Al massimo sono sospese con crescente frustrazione, ma non sono ancora dismesse.

La seconda trama è quella del caos. Inizia quando i tentativi di restituzione della vita così com’era prima del dolore sono falliti. La vita e l’impegno a leggere una qualche direzione, una qualche progressione sono continuamente interrotti dall’imprevedibilità del dolore. Il senso del tempo cambia, la memoria si offusca, la nebbia mentale sembra prendere sempre più spazio come il vuoto su Fantàsia ne “La Storia Infinita”.
È come quei film (“Ricomincio da capo” il più celebre, NdR) in cui il protagonista si sveglia tutte le mattine condannato a rivivere la stessa giornata in un loop temporale. È come un campo di guerra in cui ogni mattina si fa la conta dei feriti e dei sopravvissuti, si annota ciò che si è salvato. Anche i momenti di apparente silenzio e sollievo dal dolore sono colmi del terrore della prossima tortura. I periodi di riacutizzazione sono dei tunnel bui uscendo dai quali ci stupiamo che la vita intorno a noi continui luminosa come sempre e non abbia assunto contorni apocalittici. Le mappe così come le conoscevamo sono inutili: siamo in territorio ignoto.
Questa è la trama che fa più paura, perché è apparentemente irraccontabile. Il racconto richiede una causa e un effetto, una consequenzialità temporale che è un lusso non concesso a chi si è perso nel bosco. Eppure, bisogna cercare le molliche di pane, gli indizi per ricreare una mappa, anche il caos non ne è totalmente privo.
La prima metafora emersa per me da questo scenario è la punizione. Mi viene in mente Sisifo, condannato a portare ogni giorno lo stesso masso su per lo stesso pendio. Un giorno con una presa più forte, un altro con più piaghe, sapendo già che anche se riuscirà a raggiungere la cima, il masso rotolerà di nuovo e lui dovrà ricominciare da capo. È una sfida alla quale si può sopravvivere, non vincere. È una punizione. Tutti conosciamo il mito di Sisifo, l’immagine di quest’uomo piegato dal peso di uno sforzo impossibile e insensato, ma in pochi ricordano la sua colpa. Anche chi soffre spesso si chiede l’errore, la colpa del dolore.
Allora sono andata a rileggere bene il mito. A ben vedere, Sisifo, “il più astuto e ingannevole tra gli uomini”, è il re di Corinto, città afflitta dalla siccità. Allora Sisifo confida al dio fluviale Asopo che sua figlia Egina è stata rapita da Zeus. Lo fa in cambio di una fonte d’acqua per la sua città e il suo popolo. Ah! Quindi la prima colpa è quella di amare gli esseri umani più di quanto si tema un dio!
Poi Zeus lo condanna a finire nell’Ade, nell’aldilà, ma Sisifo prima lega Thanatos (la morte), poi convince Persefone a farlo tornare sulla terra con il pretesto di avere una giusta sepoltura con le dovute offerte agli dei. Ma nuovamente in vita, Sisifo si rifiuta di tornare nel regno dei morti. Dunque, la sua seconda colpa è di amare la vita più di quanto temesse gli dei!
Io, uno con un amore così per gli uomini e per la vita, non me lo immagino essere completamente annientato dalla pena. C’è un momento, quando raggiunge la cima e il masso rotola giù, in cui Sisifo si ferma ed è libero. Cosa pensa in quel momento? Come respira? Avrà portato qualcosa su quel monte?
Me lo immagino con dei semi nascosti nelle fasce delle vesti, che pianta in un giardino segreto sulla cima, mentre respira il profumo dei cespugli di erbe aromatiche.
Un’altra metafora che mi appare è quella dell’Oceano di latte induista, dove dei e demoni si alleano e cominciano, usando come perno un monte sacro e come corda il re dei serpenti, a frullare l’Oceano con tutta la forza che hanno per trovare l’Amrita, il nettare dell’Immortalità.
Ne usciranno tutti i veleni del mondo, e poi molte cose bellissime che né dei né demoni potranno tenere per sé, se vorranno giungere al succo sacro, l’Amrita. Questa immagine mi fa pensare a come girare intorno alla ferita, frullare il caos, permetta di far emergere, oltre a tutti i veleni e tutte le cose a cui bisogna rinunciare, ciò che non è negoziabile, quello che resta, quello che è sacro.

La terza trama secondo Frank è la malattia come ricerca. È “Il viaggio dell’eroe”, codificato da Joseph Campbell attraverso la trama di molti miti antichi e che oggi guida anche la scrittura di molte epiche moderne. Che sia partito per scelta o sia stato risucchiato contro la sua volontà, il protagonista si trova in un mondo che non riconosce e presto capisce che non può tornare indietro, ma solo attraversare questo mondo ignoto, se vuole tornare a casa.
L’eroe affronta una serie di avventure, incontra le sue più grandi paure, riceve una ricompensa, cresce in capacità e consapevolezza e poi ritorna a casa, in una versione trasformata di sé stesso.
Questa trama può funzionare nelle storie di malattie a patto di schivare alcuni rischi, che hanno a che fare con luoghi comuni e stereotipi che abbiamo tutti assorbito.
Il primo rischio è quello di far corrispondere l’eroe all’etica comune sull’eroismo, con le sue accezioni di forza, crescita, sacrificio e resistenza. È eroico in questa accezione il malato che dal dolore impara la lezione, trova linfa per crescere, per scoprire delle verità della vita, per risolvere quell’errore che l’aveva fatto ammalare? Oppure eroico è quel malato che compie le piccole e grandi imprese “nonostante”: nonostante le difficoltà, nonostante la fatica, nonostante il dolore (sottinteso: guarda che persona forte!)?
Il secondo rischio è quello di pensare che l’eroe quando torna a casa debba aver risolto tutto, o addirittura che debba per forza tornare a casa, se casa la intendiamo come tornare alla vita di prima, e non tornare a stare con sé stesso per quello che c’è oggi.
Emblematica in questo è la storia di Ulisse, che incarna l’ideale di eroe: forte, astuto, pieno di risorse, che ama il rischio e non si arrende mai, non perde mai la meta, Itaca. Sballottato di qua e di là su isole sconosciute, trascinato indietro ogni volta che si avvicina a casa. Eppure non demorde, non demorde mai. Deve tornare e Ulisse ce la fa, alla fine, a tornare a casa.
Però c’è una cosa che Omero non racconta: una volta riconquistato il suo regno, una volta ritrovata la sua Penelope, Ulisse è felice?
Gli autori successivi che l’hanno immaginato, da Dante a Tennyson, da Kazaktzakis a Pascoli, se lo sono chiesti e se lo sono immaginati frustrato, incapace di stare fermo, deluso dal ritrovare nella realtà una mera ombra di quel miraggio che per anni aveva anelato.
Chissà se non sarebbe stato più felice tra le braccia della potente Circe o della sensuale Calipso. Chissà se non avesse deciso la meta in anticipo, dove l’avrebbe portato il viaggio.
Mi chiedo se per chi si ammala a volte non sia lo stesso. Lasciare la trama di restituzione, il desiderio di tornare a ciò che si era prima, alla propria vita di prima, magari potenziati anche dall’aver imparato qualche lezione, è difficile.
La forza, il potere del mito e de “Il Viaggio dell’eroe” è che ci insegnano in realtà che l’eroe non è quello più forte, quello che vince, ma piuttosto quello che si lascia trasformare dalla vita. Il mito ci insegna a riconoscere il naufragio come un viaggio verso l’umano per quello che è, un viaggio che ha senso di per sé, anche qualora il naufragio sia più lungo del previsto e si approdi a una casa nuova, non a quella lasciata. Il viaggio non si può considerare fatto una volta per tutte, ma tutte le volte che si è chiamati a partire. Riconoscere che l’eroe anche qualora torni a casa porta con sé la ferita, non la cancella.
Non trovo sia un caso se in tutte le tradizioni mondiali, dal greco Chirone agli sciamani della Mongolia, il guaritore è qualcuno che fa o ha fatto esperienza del dolore (la malattia, la morte) e ha trovato una via per tornare. Chi è capace di curare, a questo mondo, è sempre qualcuno che è in profondo contatto con la propria ferita.

Per concludere, credo che miti e metafore possano aiutarci a rimettere in moto la vita, nella misura in cui ci aiutano ad abitare il mistero, a renderlo familiare, raccontabile, impedendoci al tempo stesso di rendere la vita un rompicapo da risolvere.